{"id":43,"date":"2005-09-01T12:00:12","date_gmt":"2005-09-01T10:00:12","guid":{"rendered":"http:\/\/lnx.pitrelli-delvecchio.com\/?p=43"},"modified":"2014-04-05T13:19:27","modified_gmt":"2014-04-05T11:19:27","slug":"il-costo-della-guerra-in-iraq","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.stefanopitrelli.com\/?p=43","title":{"rendered":"Il costo della guerra in Iraq"},"content":{"rendered":"<p><em>STATI UNITI: 200 miliardi di dollari. E non \u00e8 finita.<\/em><\/p>\n<p><em>ITALIA: Ci costa cara, l&#8217;avventura in Babilonia.<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p align=\"center\">***<\/p>\n<p>IL COSTO DELLA GUERRA IN IRAQ\/1 &#8211; Le cifre che l&#8217;amministrazione Bush cerca di nascondere tra un budget e l&#8217;altro.<\/p>\n<p>di STEFANO PITRELLI<\/p>\n<p>Sono 200 miliardi di dollari, milione pi\u00f9 milione meno. Il costo della guerra in Iraq per i contribuenti americani \u00e8 una cifra costantemente in crescita. \u00c8 il prezzo di un conflitto del quale nessuno ancora riesce a prevedere la fine, e che molti americani \u2013 come scrive David Brooks sul New York Times \u2013 considerano ormai unwinnable, impossibile da vincere. Se per il presidente Bush la condizione di un ritiro corrisponde alla formazione di un esercito nazionale iracheno, ironizza Frank Rich dalle pagine dello stesso quotidiano, \u00abdi questo passo i 138 mila soldati americani verranno sostituti da militari iracheni nel giro di un centinaio d\u2019anni\u00bb. \u00abVietnamizzazione \u00bb, la chiama.<br \/>\nStrano destino per quella che i neoconservatori \u2013 ricorda l\u2019analista Martin Sieff \u2013 avevano propagandato come \u00abuna guerra che si sarebbe ripagata da sola\u00bb attraverso il petrolio. Eppure l\u2019enormit\u00e0 del costo, in termini economici, non regge il passo con l\u2019attenzione riservata dai media al costo in termini di vite umane, cos\u00ec come \u00e8 stato riportato alla ribalta dalle proteste di Cindy Sheehan.<\/p>\n<p>Gli americani non sembrano ancora rendersi conto dell\u2019entit\u00e0 della spesa che si sta affrontando, forse perch\u00e9 attentamente mascherata. Staremo a vedere se la convocazione del segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, per un\u2019audizione davanti al senato servir\u00e0 a portare la questione alla luce. Certo \u00e8 che deputati e senatori sono piuttosto \u201cansiosi\u201d di saperne di pi\u00f9, su quanto costi questa guerra. Risaliva gi\u00e0 ad aprile l\u2019emendamento proposto dal senatore democratico Robert Byrd alla bozza di legge da 81,9 miliardi di dollari in \u201cfondi d\u2019emergenza\u201d (a sostegno degli sforzi in Iraq e Afghanistan, e di altre attivit\u00e0 internazionali). Un emendamento col quale i ?rmatari chiedevano a Bush di sottoporre al Congresso entro il 1\u00b0 settembre le stime dei costi a breve termine delle operazioni militari.<\/p>\n<p>Si capisce il perch\u00e9 di tanta preoccupata curiosit\u00e0: \u00e8 di appena met\u00e0 agosto la notizia che il Congressional Budget Office \u2013 il \u201ccane da guardia fiscale\u201d del Congresso\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u2013 avrebbe riscontrato per quest\u2019anno un buco di 331 miliardi di dollari.<br \/>\n\u00abNel corso degli ultimi tre anni, l\u2019amministrazione Bush ha presentato i tre peggiori deficit della storia\u00bb, accusa il deputato John M. Spratt Jr. dell\u2019House Budget Committee. E la situazione non \u00e8 destinata a migliorare: stando ai dati del Cbo, il disavanzo sar\u00e0 destinato a restare al di sopra dei 300 miliardi annui almeno fino al 2010 \u2013 ammesso che il costo della guerra in Iraq e in Afghanistan si mantenga sui livelli attuali.<\/p>\n<p>Quanto la guerra incida veramente sul bilancio americano, tuttavia, non \u00e8 ancora chiaro. La Casa Bianca si giustifica dicendo che quelli sono costi difficili da prevedere. Ma, come ha osservato il senatore Byrd, tenendo i costi della guerra fuori dalle proposte annuali del budget, Bush ha escluso alcuni di quelli dalle stime ufficiali del deficit, offrendo nel complesso \u00abun budget federale profondamente sconclusionato e scombussolato\u00bb. Sul Nyt Linda Bilmes \u2013 docente di finanza pubblica alla Kennedy School of Government della Harvard University \u2013 la pone in questi termini: \u00abIl prezzo della guerra \u00e8 ancora ampiamente celato agli occhi dell\u2019opinione pubblica \u00bb.<br \/>\nMa come si nasconde il prezzo di una guerra? Si sarebbe tentati di dare un\u2019occhiata ai bilanci del Pentagono. Il Center for Arms Control and Non-Proliferation lo passa al setaccio ogni anno. Ma nei 419,3 miliardi richiesti dalla difesa per l\u2019anno fiscale 2006 non sono conteggiati i costi delle operazioni militari in corso in Iraq e in Afghanistan. Quelli si chiamano \u00abpacchetti speciali di spesa supplementare\u00bb.<\/p>\n<p>Ecco il nome tecnico di una strategia illusionista che si \u00e8 tradotta \u2013 come chiarisce minuziosamente il National Priorities Project (un gruppo di ricerca sostenuto da varie associazioni liberal e progressiste) in quattro richieste supplementari avanzate dall\u2019amministrazione a partire dagli inizi dell\u2019invasione: 54,4 miliardi nell\u2019aprile 2003, 70,6 miliardi nel novembre\u00a0di quello stesso anno, 21,5 miliardi fatti passare come parte delle appropriazioni regolari del dipartimento della difesa per l\u2019anno fiscale 2005, pi\u00f9 i 58 miliardi dell\u2019aprile scorso.<\/p>\n<p>Ma se l\u2019amministrazione Bush \u00absi \u00e8 guardata bene dal fornire stime del costo totale della guerra in Iraq\u00bb \u2013 come scrive Spratt nel suo studio Iraq War Cost Estimate: Costs to Date and Costs to Go \u2013 il sito dell\u2019Npp (<a href=\"http:\/\/www.costofwar.com\/\">www.costofwar.com<\/a>) lo tiene costantemente d\u2019occhio: un contatore corre senza tregua verso i 204,6 miliardi entro la ?- ne dell\u2019anno fiscale 2005. Si spingono ancora pi\u00f9 in l\u00e0 i conti della Bilmes, che presenta un bilancio complessivo delle due guerre (Iraq e Afghanistan) da qui ai prossimi cinque anni. \u00abLa guerra da tre trilioni\u00bb, la chiama (un trilione sono mille miliardi). \u00abI pi\u00f9 grandi costi a lungo termine \u2013 spiega \u2013 sono i fondi per i soldati rientrati in patria ammalati o disabili\u00bb. Un prezzo inevitabile \u00abanche se la guerra smettesse domani\u00bb. Spratt, dal canto suo, offre due scenari possibili concentrandosi esclusivamente sull\u2019Iraq: il primo modellato sulle previsioni di Rumsfeld, secondo le quali l\u2019esercito potrebbe ritirarsi definitivamente entro la fine del 2008; il secondo basato su un simile scenario dipinto dal Cbo, che vedrebbe una riduzione della presenza delle forze armate in Iraq fino a 40mila unit\u00e0 entro il 2010. Nel primo scenario, il costo della guerra aumenter\u00e0 fino a 461 miliardi, nel secondo fino a 646.<br \/>\nPer il momento, invece, secondo Spratt sono 200 i miliardi spesi dal marzo 2003 agli inizi di quest\u2019anno per la guerra in Iraq, cifra non molto distante da quella espressa dal contatore dell\u2019Npp. Numeri che probabilmente non tengono conto dei tanti \u201ccosti collaterali\u201d. Qualche esempio? Frank Rich fa riferimento ai 350 milioni di dollari versati dal Pentagono alla nota agenzia pubblicitaria Leo Burnett per la realizzazione di una campagna d\u2019arruolamento che l\u2019Iraq non lo nomini nemmeno. Oppure ai milioni di dollari \u2013 come faceva notare Rita Ciresi su Europa \u2013 sborsati attraverso il dipartimento dei reduci alle aziende che producono le lapidi da donare alle famiglie dei caduti. Sono 1800 quelle finora destinatarie di risarcimenti \u2013 spiega The New Republic \u2013 che arrivano fino a 500 mila dollari.<\/p>\n<p>Tra i costi \u201ccollaterali\u201d si potrebbe elencare, inoltre, il \u00abmiliardo e quattrocento milioni\u00bb addebitato dalla Halliburton in quanto maggiore azienda appaltatrice (ma \u00e8 la punta dell\u2019iceberg: a giugno l\u2019azienda ha ricevuto due nuovi contratti per 1,75 miliardi). Una somma enorme, contestata punto per punto dal deputato Henry A. Waxman nel suo dossier U.S. Mismanagement of Iraqi Funds. \u00abChe la spiegazione sia nella crassa incompetenza o in una deliberata condotta disonesta, il risultato \u00e8 lo stesso: stanno truffando i contribuenti\u00bb.<\/p>\n<p>Ma le grandi cifre non aiutano a capire l\u2019entit\u00e0 della spesa: \u00abSe ogni uomo, donna e bambino dovessero pagare [per questa guerra, ndr] ciascuno di noi sarebbe debitore di 750 dollari \u2013 osserva Robert Adler del Boston Globe \u00bb. \u00abPenso che mi sentirei meglio \u2013 conclude \u2013 se quegli stessi soldi fossero spesi per gli insegnanti e per le scuole\u2026 per l\u2019assicurazione sanitaria di tutta quella gente che affolla ogni pronto soccorso\u00bb.<\/p>\n<p>(<em>Europa, 1\/9\/2005<\/em>)<\/p>\n<p align=\"center\">***<\/p>\n<p>IL COSTO DELLA GUERRA IN IRAQ\/2 &#8211;\u00a0Il governo ha attinto all\u20198 per mille per \ufb01nanziare il nostro contingente. \/ Non solo le vittime di Nassiriya. \u00c8 di 1,3 miliardi il prezzo che l\u2019Italia ha pagato \ufb01nora per stare nel Golfo. Trascurando la cooperazione allo sviluppo.<\/p>\n<p>di GIANNI DEL VECCHIO<\/p>\n<p>Le cifre parlano chiaro. Non c\u2019\u00e8 bisogno di aggettivi o avverbi. Finora la missione in Iraq \u00e8 costata agli italiani un miliardo e trecento milioni di euro. Di questi soldi, la gran parte \u00e8 andata a \ufb01nanziare le operazioni militari tout court (circa 1,21 miliardi) mentre solamente le briciole (90 milioni di euro) sono andate per interventi umanitari e di ricostruzione. Se poi proviamo ad analizzare la composizione dei fondi destinati al funzionamento della macchina bellica, ci accorgiamo che pi\u00f9 della met\u00e0 di questi vengono assorbiti dal pagamento del personale, ovvero di quei 3252 uomini che \u2013 in via diretta o indiretta \u2013 sono tuttora presenti nel Golfo. Un buon 25 per cento, inoltre, viene impiegato per comprare nuove armi, mentre la parte restante \u00e8 destinata a soddisfare tutte le altre spese necessarie per il mantenimento della missione.<\/p>\n<p>Dal giugno 2003 il parlamento ha gi\u00e0 approvato cinque \ufb01nanziamenti per \u201cAntica Babilonia\u201d. Sulla base delle cifre fornite da Palazzo Chigi, si \u00e8 partiti con poco pi\u00f9 di 230 milioni di euro (nel secondo semestre 2003) per poi scendere a meno di 200 milioni per i primi sei mesi del 2004. Nel secondo semestre dello scorso anno si \u00e8 risaliti a 290 milioni. Quest\u2019anno, invece, \ufb01no a giugno sono stati stanziati 292 milioni, mentre meno di 240 milioni sono stati destinati al secondo semestre. Si capisce, insomma, come la presenza italiana in territorio iracheno costi mediamente 500 milioni di euro all\u2019anno, spalmati da parte dell\u2019esecutivo in due diversi decreti.<\/p>\n<p>Recentemente si \u00e8 appurato che una parte della copertura di tali \ufb01nanziamenti deriva dalla gestione statale dei fondi dell\u2019otto per mille del gettito Irpef. La stessa presidenza del consiglio ha reso noto come quasi l\u201980 per cento di tali risorse \u2013 che nel 2004 si aggiravano intorno ai 100 milioni di euro \u2013 vengano utilizzate per mantenere le missioni militari italiane all\u2019estero.<\/p>\n<p>Contravvenendo, in questo modo, alla legge 222 del 1985 (istitutiva dell\u2019otto per mille), secondo la quale, ex articolo 48, le somme destinate allo stato devono essere utilizzate \u00abper interventi straordinari per la fame nel mondo, calamit\u00e0 naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali\u00bb. Oggi, invece, agli interventi per la fame nel mondo viene destinato lo 0,9 per cento delle risorse; ai rifugiati lo 0,6 per cento; ai beni culturali il 13,8; alle calamit\u00e0 naturali il 5.<\/p>\n<p>Tutto il resto (come gi\u00e0 detto, quasi l\u201980 per cento) alle missioni e alle spese militari. In aperta violazione della legge statale. Cosa che ha fatto andare su tutte le furie Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci, sostenuta da una sostanziosa fetta del non pro\ufb01t e del volontariato italiano. \u00abI soldi degli italiani \u2013 sottolinea Marcon \u2013 sono utilizzati per \ufb01nalit\u00e0 diverse da quelle previste dalla legge. La volont\u00e0 dei contribuenti non \u00e8 rispettata ed \u00e8 palesemente ingannata.<\/p>\n<p>Il trucco contabile utilizzato dal governo e dal parlamento \u00e8 quello di ridurre, in ogni legge \ufb01nanziaria, il fondo dell\u2019otto per mille, stornandone una parte per esigenze di \ufb01- nanza pubblica. In questo caso lo storno \u00e8 stato di 80 milioni di euro per le missioni militari, che non si sarebbero potute \ufb01nanziare seguendo la lettera della legge 222\u00bb.<br \/>\nIl miliardo e trecento milioni spesi in Iraq non sono stati completamente avulsi dal mix di politica economica adottato in questi anni dal governo. Anzi. Al lievitare delle spese belliche \u00e8 corrisposta una contestuale riduzione dei fondi destinati alla cooperazione per lo sviluppo dei paesi pi\u00f9 poveri. La Finanziaria 2005, ad esempio, ha previsto tagli ingenti alla Direzione generale cooperazione e sviluppo, braccio operativo del ministero degli esteri. Gli sono stati assegnati 616 milioni di euro, che rappresentano solo il 44 per cento dei fondi necessari alla Direzione per garantire gli impegni internazionali (stimati in 1,4 miliardi di euro). Se si considera poi l\u2019Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) \u2013 ovvero il contributo della cooperazione italiana \u2013 in relazione al pil, la situazione prende tinte pi\u00f9 fosche. Secondo Sbilanciamoci, il rapporto Aps\/pil per i quattro anni tra il 2000 e il 2003 \u00e8 stato rispettivamente 0,13, 0,15, 0,20 e 0,17. Livelli molto lontani dagli impegni presi dal governo italiano al Consiglio europeo di Barcellona del 2002, in base ai quali l\u2019attuale maggioranza avrebbe dovuto raggiungere il livello minimo dello 0,33 entro il 2006. Secondo le stime del ministero degli esteri, in termini di risorse il traguardo dello 0,33 per cento corrisponde a poco pi\u00f9 di 5 miliardi di dollari, con un aumento di circa il 110 per cento rispetto all\u2019ammontare erogato nel 2003. Ma anche lo 0,33 \u00e8 lontano anni luce dalle promesse del premier Berlusconi, che nel gennaio 2002 aveva indicato il raggiungimento dell\u20191 per cento, pi\u00f9 della quota dello 0,7 consigliata dalle Nazioni Unite. Insomma, l\u2019Italia ha provveduto sempre meno ai suoi obblighi di cooperazione internazionale.<\/p>\n<p>Altri tagli di cui si \u00e8 reso protagonista l\u2019esecutivo in questi anni coinvolgono il fondo delle politiche sociali, e in particolare la parte che di solito viene trasferita alle regioni.<br \/>\nLa \ufb01nanziaria del 2005 ha destinato per le regioni e per la rete dei servizi sociali circa 550 milioni di euro, che confrontati con il \ufb01nanziamento dell\u2019anno 2004 (un miliardo di euro) corrispondono ad un taglio dei trasferimenti molto vicino al 50 per cento. In realt\u00e0, il ministro del welfare Maroni si \u00e8 impegnato personalmente a trovare il resto dei soldi nei prossimi mesi. \u00abMa \u00e8 pur sempre solo la parola di Maroni \u2013 sottolinea Emiliano Monteverde, responsabile nazionale delle politiche sociali dei Ds \u2013 per quanto rispettabile che sia. Non c\u2019\u00e8 niente di scritto, sono fondi non coperti dalla Finanziaria. E il fatto che il prossimo sia un anno elettorale non mi aiuta ad essere ottimista sulle promesse fatte dal governo\u00bb.<\/p>\n<p>(<em>Europa, 2\/9\/2005<\/em>)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>STATI UNITI: 200 miliardi di dollari. E non \u00e8 finita. 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