{"id":800,"date":"2003-08-23T12:00:46","date_gmt":"2003-08-23T10:00:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.stefanopitrelli.com\/?p=800"},"modified":"2014-04-05T13:20:18","modified_gmt":"2014-04-05T11:20:18","slug":"un-condominio-internazionale-per-gli-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.stefanopitrelli.com\/?p=800","title":{"rendered":"&#8220;Un condominio internazionale per gli Usa&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><strong>Stefano Pitrelli, Europa<\/strong><\/p>\n<p><em>L\u2019ONU E IL DOPOGUERRA IN IRAQ\u00a0&#8211; Intervista a\u00a0<strong>Marcus Raskin<\/strong>, analista americano dell\u2019Institute for Policy Studies \/ Con la richiesta del segretario di stato americano, Colin Powell, dell\u2019intervento di una forza internazionale in Iraq, gli Stati Uniti cercano ancora una volta di bypassare l\u2019Onu, giocando d\u2019anticipo. Cos\u00ec come era gi\u00e0 successo prima della guerra in Iraq, quando l\u2019amministrazione Bush chiedeva l\u2019aiuto di una \u201ccoalizione dei volenterosi\u201d, il tentativo \u00e8 quello di creare una forza \u201cterza\u201d ad hoc, senza per questo rinunciare alle proprie prerogative sull\u2019Iraq. E\u2019 l\u2019opinione di Marcus Raskin, analista dell\u2019Institute for Policy Studies.<\/em><\/p>\n<p><!--more-->Il segretario di stato americano, Colin Powell, sembra tornato ad essere protagonista della crisi irachena. Ma cosa significher\u00e0 questa rentr\u00e9e, sulla strada (questa, almeno, ancora senza una mappa) per la ricostruzione dell\u2019Iraq? Europa ha chiesto l\u2019opinione di Marcus Raskin, cofondatore e membro dell\u2019Institute for Policy Studies di Washington. Il professor Raskin \u00e8 stato, tra l\u2019altro, membro dello staff speciale del Consiglio nazionale di sicurezza dell\u2019amministrazione Kennedy.<\/p>\n<p><strong>Professor Raskin, prima della guerra in Iraq, la coalizione angloamericana chiedeva l\u2019aiuto dei paesi \u201cvolenterosi\u201d. Oggi Powell chiede all\u2019Onu pi\u00f9 truppe, pur sotto un comando che resta saldamente in mano agli americani. Anche in questo caso, insomma, una forza internazionale \u201calternativa\u201d alle Nazioni Unite?<\/strong><\/p>\n<p>Esatto, anche questa volta si tratta di un tentativo di outmaneuvering da parte degli Stati Uniti: bypassare l\u2019Onu giocando d\u2019anticipo. Anche in questo caso Colin Powell ha proposto una \u201cforza internazionale\u201d. Ma le altre nazioni non daranno il loro assenso a mandare le proprie truppe nel \u201ccondominio\u201d internazionale senza ricevere delle garanzie. Quindi, stavolta l\u2019outmaneuvering non sar\u00e0 possibile, mettendo sotto grande pressione quella stessa strategia che aveva guidato la guerra: gli Stati Uniti possono cavarsela da soli, gli altri dovranno accettarlo. Ma il nazionalismo trionfalista era e resta tutt\u2019ora l\u2019idea motrice.<\/p>\n<p><strong>Come sono cambiati i rapporti Usa-Onu, dopo l\u2019attentato alla sede delle Nazioni Unite di Bagdad?<\/strong><\/p>\n<p>I rapporti tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite sono ancora nel pieno di un processo evolutivo, ed esistono molti punti divista diversi riguardo a cosa dovrebbe esser fatto. Il primo \u00e8 quello secondo il quale l\u2019Onu dovrebbe continuare ad essere uno strumento per risolvere quei problemi lasciati irrisolti in Iraq dalla guerra. E con questo voglio dire che assomiglierebbe molto all\u2019immagine della moglie\/madre che pulisce e riordina il casino che il marito\/figlio ha lasciato in casa. Insomma, fare il lavoro duro e sporco della ricostruzione, mentre in ogni caso gli Stati Uniti continuerebbero ad essere la nazione che dirige le operazioni militari e controlla l\u2019Iraq. In questa prospettiva, qualunque forza internazionale entrasse in Iraq sarebbe comunque sotto il comando americano.<\/p>\n<p><strong>E la seconda?<\/strong><\/p>\n<p>La seconda \u00e8 quella in virt\u00f9 della quale gli Stati Uniti devono lasciare l\u2019Iraq. E qui la scelta si dirama: da un lato quelli che dicono \u201candatevene il prima possibile\u201d, e lasciate il problema a un qualche \u201ccondominio internazionale\u201d. E\u2019 qualcosa di molto vago, per il semplice fatto che non esiste un condominio cui affidare il tutto. Ma ancora, se gli Stati Uniti volessero coinvolgere altre nazioni, o anche le stesse Nazioni Unite, dovrebbero pagare. Cos\u00ec la domanda \u00e8, come farebbero? Con contratti petroliferi? Con ampie somme di denaro per la ricostruzione del dopoguerra? Si tratterebbe, dunque di pagare perch\u00e9 le Nazioni Unite prendano su di s\u00e9 la loro responabilit\u00e0. Dall\u2019altro, c\u2019\u00e8 chi spinge per chiamare in aiuto la Lega araba con lo scopo di aiutare nella ricostruzione.<br \/>\nLa ragione? Potrebbe esserci pi\u00f9 apertura da parte degli iracheni se altre nazioni del Medio oriente fossero coinvolte nel progetto. Guardando a queste possibili alternative \u2013 e alle altre che non sono state prese in considerazione \u2013 ci si rende conto che gli Stati Uniti si trovano in una situazione veramente difficile.<\/p>\n<p><strong>E come la sta affrontando, l\u2019amministrazione Bush?<\/strong><\/p>\n<p>All\u2019interno dell\u2019amministrazione c\u2019\u00e8 chi ritiene che bisognerebbe andare fino in fondo, a meno di rischiare una crisi di fede. Occupare, pacificare e infine costruire una specie di nazione, di democrazia. E\u2019 la posizione pi\u00f9 significativa nell\u2019amministrazione. Ma non \u00e8 condivisa dal congresso. Tra i repubblicani c\u2019\u00e8 chi preferirebbe semplicemente andarsene. C\u2019\u00e8 chi vorrebbe inviare ancor pi\u00f9 soldati, chiamare le riserve per aumentare la forza americana in loco e continuare la guerra.<\/p>\n<p><strong>Si parla sempre di pi\u00f9 dell\u2019Iraq come di un Vietnam di sabbia. E\u2019 un\u2019analogia che condivide?<\/strong><\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che ci si sta infilando in un pantano. Proprio come nel Vietnam: la guerra pu\u00f2 crescere e crescere di dimensioni, se gli Stati Uniti aumentano il loro coinvolgimento. Ma la preoccupazione principale, per l\u2019amministrazione, viene dall\u2019opinione pubblica.<\/p>\n<p><strong>La richiesta da parte del segretario di stato di pi\u00f9 truppe pu\u00f2 rappresentare un segno di rafforzamento dell\u2019influenza dei \u201cneocon\u201d sull\u2019amministrazione?<\/strong><\/p>\n<p>Non \u00e8 un segno di rafforzamento. La grande forza ideologica dietro alla posizione dei \u201cneoconservatives\u201d sul tema della guerra inizier\u00e0 a svanire, e per molte ragioni. A partire dal costo della guerra, in termini meramente economici. E in secondo luogo, se le riserve verranno richiamate, le famiglie dei militari verranno sempre pi\u00f9 a pesare, con un effetto politico significativo sul congresso. Senza contare che, col passar del tempo, resta difficile ricostruire o ottenere il petrolio, e questo rappresenta un problema per le corporation.<br \/>\nNon stanno ottenendo ci\u00f2 che volevano, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 abbastanza stabilit\u00e0 in Iraq.<\/p>\n<p>(<em>Europa, 23\/8\/2003<\/em>)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Stefano Pitrelli, Europa L\u2019ONU E IL DOPOGUERRA IN IRAQ\u00a0&#8211; Intervista a\u00a0Marcus Raskin, analista americano dell\u2019Institute for Policy Studies \/ Con la richiesta del segretario di stato americano, Colin Powell, dell\u2019intervento di una forza internazionale in Iraq, gli Stati Uniti cercano ancora una volta di bypassare l\u2019Onu, giocando d\u2019anticipo. 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